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lundi 16 juin 2014

Le Parlement européen veut réduire de moitié le gaspillage alimentaire

Alliant l'aide aux personnes démunies et la lutte contre le gaspillage alimentaire, le Parlement européen vient de lancer une grande campagne de sensibilisation et a mis en place un plan décénal ciblé.
Le Parlement européen vient d’adopter une résolution demandant la réduction du gaspillage alimentaire et une amélioration de l’accès aux aliments pour les plus défavorisés.

 « Près de 50 % d’aliments sains sont gaspillés chaque année dans l’Union européenne, par les ménages, les supermarchés, les restaurants et la chaîne alimentaire, alors que 79 millions de citoyens vivent au dessous du seuil de pauvreté et que 16 millions dépendent de l’aide alimentaire d’œuvres de charité », a expliqué l’institution européenne, qui compte bien réduire de moitié le gaspillage alimentaire dans l’Union, d’ici 2025.

Une campagne axée sur la sensibilisation

Une campagne de sensibilisation aux niveaux européens et nationaux est lancée dans l’ensemble de l’Union européenne. Pour ce faire, le Parlement européenn a décidé de mettre en place des cours d’éducation alimentaire dans les écoles, où des programmes spécifiques sont en cours d’élaboration. Placée sous le signe de la lutte contre le gaspillage alimentaire, l’année 2014 donne le top départ d’un plan décanal ambitieux.
Par ailleurs, le Parlement européen entend créer une « date limite de vente » qui viendrait compléter la « date limite de consommation » pour éviter que les denrées ne soient proposées dans un délai trop proche de leur péremption.
Enfin, plusieurs tailles d’emballages seront proposées, ainsi, les consommateurs pourront acheter des portions adaptées à leurs besoins sans surplus d’emballages, ni pollution gratuite.

Promouvoir les produits locaux

Souhaitant allier relance de l’économie et promotion des produits agroalimentaires locaux, le Parlement européen entend favoriser les ventes de produits locaux et assurer la redistribution des invendus aux personnes démunies, là encore pour combattre plus intelligemment le gaspillage. “Cinq fruits et légumes par jour”, “les produits laitiers sont nos amis pour la vie”, on a beau le répéter, ces slogans restes souvent peine perdue. Le Parlement européen veut également s’attaquer à ces problématiques et pour cela, la consommation de fruits et de lait à l’école va être incitée et prise en charge à 50% par l’Union européenne.
Dans l’Union européenne, ce sont 89 millions de tonnes d’aliments qui sont jetés par an, soit 179 kilos par habitant

Source: http://goo.gl/rktZe2

mardi 8 avril 2014

“Centri commerciali, il trionfo dell’idiozia”

Roberto Cherubini invita ad un consumo più consapevole e all'acquisto di alimenti da produttori locali.

Roberto Cherubini, presidente del Gruppo Acquisto Solidale Macerata,  interviene sull’apertura dei centri commerciali in provincia e riflette sul significato di quelli che definisce “ luoghi assurdi che hanno svuotato le città e resi ignoranti i cittadini”.
«Nonostante la spaventosa crisi economica e culturale  - scrive – continuano ad aprire centri commerciali enormi, senza anima, dove l’essere umano è ridotto a consumatore compulsivo.
A nulla valgono gli appelli, che arrivano da ogni parte, sull’importanza di ciò che mangiamo, sia per la nostra salute che per la sopravvivenza degli agricoltori.
Continuiamo invece in massa ad assalire questi luoghi tristi dove l’alimento è diventato merce e quindi confrontato in base al prezzo e non alla qualità.
Le zucchine arrivano dal Giappone, l’olio extravergine diventa tale trasformando l’olio lampante con trucchi ai limiti della truffa, la pasta industriale è essiccata in un’ ora e perde ogni proprietà, la carne proviene da allevamenti intensivi che fanno ingrassare enormemente le bestie in pochissimo tempo facendo loro sviluppare tossine gravissime per la nostra salute.
Ma noi continuiamo a girare tra i banconi riempiendo carrelli studiati per la nostra compulsività e per farci sprecare.
Per ogni europeo si producono 840 chilogrammi di cibo all’anno e di questi 560 vengono mangiati, 280 sprecati. 200 chilogrammi di cibo vengono sperperati in fase di produzione e 80 gettati nella pattumiera dai consumatori per varie ragioni (scaduti, non graditi, rovinati).
Dal 1974 lo spreco mondiale di cibo è cresciuto del 50%, ma è cresciuto anche il numero dei denutriti. Complessivamente 1.300.000.000 tonnellate di cibo vengono sprecate ogni anno nel mondo, il peso di 8600 navi da crociera. Solo questi pochi dati bastano per dire che non abbiamo conoscenza né consapevolezza dei problemi alimentari.
Quando smetteremo di essere consumatori compulsivi per diventare consumatori critici?
I più grandi studiosi ci stanno dicendo che tante delle nostre malattie dipendono da ciò che mangiamo e scandali quotidiani dimostrano che spesso nelle nostre tavole portiamo alimenti pessimi.
Perché è successo tutto questo? E’ successo perché abbiamo tolto il potere ai contadini, unici grandi artefici della produzione alimentare, dandolo in mano a multinazionali senza scrupoli.
Basta scorrere qualche video sugli allevamenti intensivi o informarsi in altri modi per scegliere di evitare i supermercati e privilegiare i produttori locali che in tanti modi diversi si stanno organizzando.
Come è possibile che siamo ancora così disinformati e menefreghisti?
Spero che guardando i video che posto di seguito anche un solo lettore di CM cambi le sue abitudini alimentari per migliorare prima di tutto la qualità della sua vita.
Basta pochissimo, basta avere nella scelta degli alimenti la stessa attenzione che abbiamo quando acquistiamo un telefonino o un televisore.
Acquistiamo prodotti locali, meglio se biologici, cercando di conoscere i produttori ed il loro duro lavoro che salvaguarda la terra.
Acquistiamo meno alimenti ma paghiamoli il giusto domandandoci come sia possibile trovare dell’olio extravergine di oliva a 3 euro al litro (olio lampante con 5 % di olio extravergine).
Boicottiamo i grandi supermercati a favore dei mercatini locali, dei gruppi di acquisto, dei negozi di qualità.
Risparmiamo sui consumi futili e non sugli alimenti.
Domandiamoci come un panino con dentro un hamburger possa costare un euro e perché quella stessa “catena del disgusto” usa 17 ingredienti per fare le patatine fritte .
L'inaugurazione del centro commerciale cuore Adriatico di Civitanova
L’inaugurazione del centro commerciale cuore Adriatico di Civitanova
Svegliamoci! È troppo importante ciò che immettiamo nel nostro corpo e dobbiamo conoscerlo nei dettagli.
Questo mio sfogo ed i miei toni alti nascono dalla lettura dell’articolo sull’inaugurazione dell’ennesimo orrore, questa volta a Civitanova (leggi).
Sfilano in bella vista questi politici inutili che si presentano in questi luoghi senza anima per avere le foto e gli articoli dei giornali , per poi essere assenti nel momento in cui i cittadini marchigiani propongono una legge di iniziativa popolare per la protezione del territorio.
Carlo Petrini (patron di Slow Food), che ha visitato Macerata e Grottammare qualche giorno fa, si è fortemente indignato perché all’ incontro nel quale si illustrava la proposta di legge di iniziativa popolare appoggiata da più di 90 associazioni erano presenti meno del 10% del consiglieri regionali (guarda il video).
Finchè avremo questa gente a rappresentarci faremo pochi passi in avanti e molti in dietro.

mercredi 26 mars 2014

Google store could bring much-needed innovation to physical retailing

Cet article n'est pas directement intéressant pour vous, mais il me semble que quand Google se lance sur un marché, même parallèle, il est utile de tenir à l'oeil ses méthodes. Et notamment ses Google Glasses qui devraient révolutionner le comportement des clients dans les magasins.


Google is likely to bring its significant resources to bear in reimagining the traditional retail experience when it opens its first bricks-and-mortar location, a move that could be imminent.
The technology giant is reportedly checking out a spot in New York’s SoHo neighborhood to open its first physical storefront, which could help the company build excitement around the brand, its growing hardware lineup and the Android operating system, similar to what Apple has achieved with its retail stores. Google has dabbled in retail before, having opened temporary Winter Wonderlabs in six cities this past holiday season.
“Google opening a permanent retail store in SoHo will be fun, but is unlikely to be a game changer for the Android platform,” said Jason Goldberg, Chicago-based vice president of the commerce practice at Razorfish. “We don’t yet know what products or services Google would even feature in the store.
“It could be a Google Glass demo and fitment experience, similar to the Google Winter Wonderlab pop-ups that went live last year,” he said. “It could be focused on Nexus branded products, or even centered around services like Google Local.
“What we do know is that it will be fun to see how Google envisions what a permanent retail store should look like. They are a great, innovative company with some really smart people, and I think we’ll all be a disappointed if they don’t reimagine some elements of the typical retail experience.”
Omnichannel experiences
It is not clear yet whether Google aspires to open just one or just a few stores that would serve as live laboratories or if they have aspirations for a global network of stores.
If they do end up opening only a small number of stores, there is likely to be a strong omnichannel element, with shoppers able to visit the store when in New York but having the bulk of their relationship remaining online.
Google’s growing hardware lineup includes Nexus smartphones and tablets, the Chromebook Pixel laptop and the Chromecast device for connecting televisions to the Internet. Additionally, the company has plans to offer its Google Glass eyewear and a smart watch to the public later this year.
These could all get a boost from consumers being able to try out the devices in person.
Additionally, Google would gain new and valuable insights from a retail store that could help it compete.
Future distribution strategies
A retail store could also help Google develop better content and marketing tools to support its channel partners.
“Today Apple has a significant advantage in having true retail practitioners in their organization, and this will give Google a chance to partially level that playing field,” Mr. Goldberg said. “It will also give them an opportunity to understand how new products, like Google Glass, sell in a physical environment versus online, which could shape their future distribution strategies.”
If Google were to sign a lease for a store on Greene Street, as a report in Crain’s New Business suggests it is close to doing, this would put it nearby an Apple store on the corner of Greene and Prince streets. The location would also place Google close to luxury brands Tiffany & Co. and Louis Vuitton, which also have outposts on Greene Street.
Another report on Wall Street Journal’s Digits blog says Google has been hunting for the right SoHo spot since last fall.
Retail innovatorsMobile companies have been some of the leaders in retail innovation of late.
For example, a strong retail strategy has been one of the keys to Apple’s success.
Apple was the first technology brand to understand how an immersive retail experience could help it fit its products together into a holistic story for the consumer. By offering customer-centric services such as the ability to make an appointment to meet personally with a store associate and to have a device set up before leaving the store, the stores have been hugely successful.
Apple continues to look for ways to innovate its retail strategy, having hired the CEO from ultra-hip fashion brand Burberry last fall to run its retail division in a sign of the growing fusion of technology and fashion (see story).
Carriers such as AT&T and Verizon have both recently unveiled new store designs that are meant to better cater to the way consumers shop these days, with a mobile device in their hands (see story).
“To truly be innovative and compete with the retail experiences offered by competitors like Apple and Microsoft, Google needs to create a store experience that allows shoppers to fit Google and Android products into their lifestyle,” said Jim Crawford, vice president of technology and experience design at Chute Gerdeman, Columbus, OH. “Much like Verizon has done in its destination stores, where instead of pushing ‘product’ at shoppers, visitors are able to explore how mobile products fit into various lifestyles, like fitness, entertainment, travel, etc.”
Customer expectations
Google is not a complete newcomer to retail. In addition to the Winter Wonderlabs, the company also has employees inside Best Buy stores and works closely with retailers such as Walmart and Office Depot.
However, physical retail is a tough space to conquer, especially as consumers are spending more time shopping online. In fact, several big traditional retailers such as Staples, Aeropostale and Radio Shack all plan to close a significant number of stores this year.
“It is interesting to see such a dominate online player enter the brick & mortar space when we see so many traditional retailers struggling to keep their store fronts relevant,” said Jared Meisel, managing partner at Theory House, Charlotte, NC. “Obviously Google is playing a bit of catch up with Apple, and they realize consumer adoption of more innovative products like Glass may require face-to-face shopper engagement.
“The move on Google’s part to open a retail location demonstrates their desire to evolve away from being a software  oriented organization,” he said.
“While this is inline with some of their recent acquisitions like Nest, the challenge Google faces is building a unified brand across their efforts. Said another way, based on Google’s diverse portfolio, they are more similar to GE than Apple.”

mardi 4 mars 2014

« De la grande distribution au commerce de précision »

Agrégé d’économie, Philippe Moati est professeur à l’université Paris-Diderot. Il co-préside l’observatoire « société et consommation ». Il a notamment publié les ouvrages La nouvelle révolution commerciale aux éditions Odile Jacob et L’économie des bouquets aux éditions de l’Aube. Il livre ici sa vision de l’évolution des marchés de la distribution.
Philippe Moati
« Depuis plus d’une décennie, la distribution vit une nouvelle révolution commerciale. Le modèle des « trente glorieuses », marqué par une production et une consommation de masse, ne correspond plus à une société fragmentée, individualisée, dans laquelle les motivations des consommateurs reposent sur des aspects fonctionnels mais aussi et surtout symboliques (le rapport à la marque par exemple).
Le commerce électronique n’a fait qu’amplifier ce phénomène. Selon la formule de Jean-Charles Naouri, PDG de Casino, il s’agit maintenant d’évoluer de la grande distribution vers le commerce de précision.

Diversité
Cela signifie affiner la connaissance de l’activité (en magasin et sur le Web), disposer des compétences pour effectuer un traitement analytique de ces données, optimiser l’allocation des bons produits, aux bons prix, au bon moment au bon endroit. Les distributeurs doivent aussi prendre en compte la diversité des attentes, ne plus s’adresser à tous leurs clients de la même voix mais effectuer un ciblage par segments de marché, afin de recréer de la différence et de sortir du cercle vicieux de prix toujours plus bas.

Ce commerce de précision s’accompagne d’un lien plus intime, voire affectif avec les clients. Il ne s’agit plus seulement d’échanger un produit contre de l’argent, mais de partager des valeurs, des centres d’intérêt, à l’image de ce que Leroy Merlin réalise sur l’univers de la maison.

Fournisseurs de services
La mission du commerce évolue ainsi progressivement d’une simple fourniture de produits à la résolution de problèmes, à la réponse à des aspirations. Ce lien se tisse à la fois par le réel (magasins, points relais, agences conseil) et le virtuel (messageries, sites, applications mobiles). En devenant un espace de promotion et d’expérience, le point de vente s’insère différemment dans le modèle économique des distributeurs. Non plus selon une rentabilité par magasin, mais selon une logique d’ensemble, qui mêle espaces physiques et plates-formes numériques de contact et de vente. Mais si la mise en scène des magasins, le conseil, les services redonnent aux consommateurs des raisons de s’y déplacer, ce ne sera sans doute pas suffisant pour éviter d’importante restructuration de l’appareil commercial physique. Autrement dit, la distribution cherche activement sa nouvelle martingale. » 

Source: Google (http://goo.gl/Wk5CCH)

lundi 3 mars 2014

Quelle nouvelle donne pour la grande distribution ?

Comment continuer à vendre quand 68% des français disent qu'ils consomment... trop ? Que 48% disent consommer "sous contrainte"? OpinionWay et L'Express ont sondé, pour Intermarché, les attentes et les résolutions des clients.

Source : OpinionWay

mercredi 26 février 2014

Quel avenir pour les enseignes de grande distribution ?

Des grands magasins du 19e siècle aux hypermarchés menacés aujourd’hui par les drive-in, le commerce toulousain suit les évolutions de la consommation. Une drôle d’histoire.
Spécialiste des filières agroalimentaires, Philippe Baralon se penche sur les transformations de nos modes de consommation.
Comment et pourquoi le modèle de la grande distribution s’est-il imposé ?
Il faut remonter à la fin du 19e siècle après la révolution industrielle avec l’essor de la bourgeoisie. Apparaît alors le phénomène des grands magasins, le Bon Marché, les Nouvelles Galeries à Toulouse, une institution très importante qui révolutionne la consommation. Par la taille d’abord avec plus de 100 000 références, mais aussi l’entrée libre. Ce qui est très nouveau. Avant on entrait dans un magasin en sachant ce que l’on voulait. Là, on peut déambuler dans les rayons.
C’est aussi une révolution architecturale…
Dans les centres-villes, on retrouve effectivement des bâtiments typiques avec de grandes coupoles pour faire entrer la lumière, comme l’ex-Lafayette Maison à l’entrée de la rue d’Alsace.
L’enjeu est rapidement celui des prix ?
Dans les années 30, on assiste à la naissance des magasins succursalisés, Uniprix, Prisunic ou MonoPrix, à Toulouse, qui, comme leur nom l’indique, impose le prix unique des produits. Il faut attendre l’après-guerre pour voir émerger le modèle américain du supermarché et le discount, dont l’idée de base est de vendre moins cher. Les produits alimentaires arrivent dans les grands magasins, ce qui n’était pas le cas avant. En 1949, Édouard Leclerc ouvre son premier établissement. Il a compris que plus les gens vont s’enrichir, moins ils dépenseront pour les produits de base pour se consacrer aux loisirs. À l’époque la part du budget alimentaire était de 50 % des revenus d’un ménage, elle est aujourd’hui de 18 %.
Viennent ensuite les années d’or..
Le pouvoir politique a très vite compris que la grande distribution est un moyen de redonner du pouvoir d’achat aux gens. Le 15 juin 1962, le premier Hypermarché Carrefour ouvre ses portes en banlieue parisienne. Un nouveau concept avec des surfaces de vente de plus de 5 000 m2. Le modèle va essaimer partout. À Toulouse, Portet-sur-Garonne va devenir un des plus grands centres commerciaux d’Europe. Avec une nouvelle architecture basique, et des immenses entrepôts.
Le grand magasin part alors en banlieue...
Là où il y a de la place. C’est l’époque du no parking, no business. La voiture est étroitement associée au développement des centres commerciaux. On ne peut pas aller à Portet sans véhicules. C’est un nouveau mode de vie. Les courses du samedi en famille avec le repas de midi à la cafétéria. En 1960, la loi Fontanet, qui va interdire le refus de ventes des industriels en résistance contre les prix cassés, a ouvert une période prospère pour la grandes distribution.
C’est aussi l’époque des excès et de la corruption ?
La corruption va arriver avec la loi Royer de 1973 qui veut réguler l’urbanisme commercial. Les autorisations d’implantations des grands magasins sont soumises, depuis, à une commission départementale. Et donc à des pots-de-vin. C’est une grosse pompe à finances. Toulouse a connu ces affaires avec le Leclerc-Blagnac et des représentants de la CCI.
Aujourd’hui le modèle des hypermarchés est menacé ?
Les gens sont plus actifs et les centres commerciaux ne font plus rêver. Le modèle voiture-banlieue est à bout de souffle et il y a de nouvelles formes de consommation. La vente par internet, bien sûr, même si le problème de la livraison persiste. Personne ne gagne de l’argent là-dessus. Le drive-in connaît un grand succès. il est adapté à la sociologie toulousaine. Mais il y a beaucoup d’interrogations. Le consommateur veut pouvoir faire ses courses pas loin et tard. Ce n’est pas pour rien qu’un Monop’ s’est ouvert place Esquirol. Le modèle du futur se cherche.

Quel avenir commercial pour un modèle en crise ?

Ce soir, dans le cadre de son cycle «Histoire de…», la mission agrobiosciences vous donne rendez-vous à partir de 19 h 30, à l’Hémicycle, le restaurant de Gérard Garrigues, situé derrière le musée des Abattoirs.. Alors que se préparent les prochaines négociations commerciales entre agriculteurs, industriels et distributeurs, et que les critiques à l’encontre de ces derniers fusent, l’historien Alain Chatriot et le consultant, spécialiste des filières agroalimentaires, Philippe Baralon, reviendront sur la genèse d’un modèle commercial, des grands magasins si bien dépeints par Zola aux hypermarchés dont on arpente aujourd’hui les vastes allées. En crise la grande distribution ? Beaucoup le disent, d’autres parient sur sa réactivité. Des grands magasins aux enseignes actuelles, comment s’est-elle structurée ? Quelles ont été, alors, les critiques comme les espoirs portés par ce modèle ? Quels autres modes de distribution ont coexisté sans pour autant s’imposer ? Autant de questions qui seront abordées ce soir par ces deux spécialistes. Docteur en histoire de l’EHESS, Alain Chatriot est chargé de recherche CNRS au CRH, le Centre de Recherches Historiques, et membre d’Erhimor, l’Équipe de recherches pour l’histoire du monde rural. Philippe Baralon est consultant en stratégie dans les filières agroalimentaires, associé au sein du Cabinet Phylum qu’il a créé en 1990.

Le chiffre : 1949

Le clerc > Premier magasin. C’est cette année-là qu’Édouard Leclerc ouvre son premier supermarché à Landerneau. Sur le principe du discount.

Un capteur pour localiser les clients dans son magasin

Étudier le comportement des clients à l’intérieur et à l’extérieur de son magasin, c’est ce que propose la start-up toulousaine Trencube (de l’anglais «TRENds of CUstomers BEhavior») aux boutiques qui souhaitent améliorer leur compréhension de leurs clients. «À l’aide d’un capteur discret installé dans la boutique, la technologie Trencube permet de savoir quand les clients viennent, combien de temps ils restent dans chaque partie du magasin et s’ils ont tendance à revenir dans la boutique», explique Guillaume Denis, cofondateur de Trencube. Pour ce faire, le capteur enregistre les ondes émises par les smartphones des clients afin de les localiser tout en respectant leur vie privée : les informations collectées ne permettent pas d’identifier une personne. «Les données enregistrées par notre capteur permettent aux commerçants de planifier la gestion de leur personnel en fonction du trafic piéton, de détecter les opérations commerciales qui attirent de nouveaux clients, comme la refonte d’une vitrine, par exemple», poursuit Guillaume Denis. Cette technologie s’inspire de ce qui est fait sur les sites de boutique en ligne où le comportement de l’internaute est étudié en fonction du temps passé sur chaque page du site.
Découvrez les services et les tarifs de Trencube sur leur site Internet : http://www.trencube.com/
Source: La Dépêche (http://goo.gl/w0e6Nl)

jeudi 13 février 2014

Supermarkets: Inside a $500 Billion Money Machine

The typical modern American supermarket stocks 48,000 items, each battling for precious shelf space. How do they get there? Why are they arranged the way they are? Did you know that some stores use heat maps to track which aisles you walk down — and which ones you don't? Or that they put the milk at the end of the aisle so you're forced to pass a hundred other items on your way to get it?It's all done to gain an edge in a cutthroat business built on razor-thin margins.
CNBC’s Tyler Mathisen goes behind the scenes for a fascinating look at today’s supermarket industry. It is the story of a crowded and brutal business generating half a trillion dollars in annual sales. Established brands like Safeway, Giant Eagle and Kroger are cultural icons as familiar as our own street names, but they are under constant attack from brilliant upstarts like Whole Foods, big box retailers like Wal-Mart and Costco, and from ever-changing public tastes. Go behind the familiar facade of your neighborhood market to see how it really works.

Trois vidéos à voir sur le site http://www.cnbc.com/id/40887785

jeudi 6 février 2014

These 10 Ideas In Retail Innovation Will Change The Way You Shop

At Springwise, we rely on a network of over 15,000 spotters worldwide to send in fascinating and innovative new business ideas for us to review and write up. Of the hundreds of spottings we receive each day, many of the most interesting and surprising come from the world of retail, and it’s here that we’ve decided to focus our lens for this month’s top ten.
“Retail” is of course an incredibly broad category. It can cover everything from the supply chain down to point of sale promotions, and this is something we’ve tried to reflect in this list, from Memove’s RFID innovation to Selfridges’ Quiet Zone campaign.
One thing to note is how many of the ideas below can be linked by their desire to make the shopping experience more enjoyable, be it through speeding up payments and helping customers skip queues, providing a uniquely quiet and relaxed retail environment, or gamifying shopping by enabling customers to pay with points earned exercising. There are plenty of factors that can make shopping an unpleasant experience, and any effort to counteract that will always be appreciated.
What’s more, none of these examples give the impression of being bolted on at the last minute, in the way conventional “Buy One Get One Free” campaigns often do, for example. Rather, these innovations have taken place at the heart of the product or shopping experience, and, as a result, have transformed that experience into a genuinely useful one. This sense that these innovations are serving a real purpose — be it enabling customers to see how popular clothes are on Facebook for social validation, or involving the customer in the selection of what products are available in-store — creates a unique retail experience, engaging the customer in a way they are not likely to forget. There’s lessons and inspiration here for innovators in every industry…
Shopping can be a trial for some, and it’s a widely held belief that many men can find it more of a chore than women. Aiming to improve the experience for men, Hointer added QR codes to their jeans so that customers could simply scan the code in order to get their desired size delivered to a changing room ready for them to try on. This streamlined process saves customers from having to wade through piles of clothing to find their size, ultimately speeding up a shopping trip for those who would rather be elsewhere.

2. Facebook app lets runners pay with kilometers completed
We’ve seen apps that reward their users with motivational phrases when they exercise. However, Nike Mexico took this a step further with their Facebook auction, Subasta de Kilometros, which allowed runners to accrue points for every kilometre run and then use these points to bid on Nike-branded running gear in the auction. Through this app Nike Mexico cannily provided an extra incentive for runners to keep fit, at the same time as promoting their products.

3. In China, virtual reality stores turn open spaces into a supermarket
With the aim of providing a more interactive shopping experience, Yihaodian in China developed augmented reality stores that can only be accessed in certain public locations. When customers point their smartphone in the right direction at locations such as public squares, a virtual store is displayed where items sit on shelves or hang from the walls. This app provides a simulation of a physical retail store so shoppers can feel more immersed in their online shopping trip.

4. In Denmark, supermarket crowdsources suggestions for local products
As concerns grow over food air miles, and more consumers want to buy local, SuperBrugsen in Denmark has come up with a novel way of ensuring that the produce they stock will appeal to eco-minded consumers. Through their website, customers can suggest particular local items they would like the store to stock, after which managers will taste-test the items to ensure their quality. A clever way to use customer crowdsourcing to ensure that the store only stocks items that will sell. The crowds have also been put to good effect in the Netherlands through the Avoid The Shopping Crowdsapp that analyzes social media feeds to tell the user how busy a shop is before they enter it. Both businesses use crowdsourced data to improve real life experience.

5. Mobile app lets retail store shoppers skip the checkout lines
The convenience of popping to the shops for a few grocery items can be hampered by long queues. This was something the brains behind QThru recognized when they developed their app, which allows shoppers to browse, scan and buy products all through their phone. Skipping the queues is an appealing prospect for many, and with that in mind we also saw SoPost, which uses customer’s email addresses to deliver purchases, rather than the traditional home or work address. An interesting idea that reflects the increasingly mobile lives many lead.

6. Brazilian fashion retailer displays Facebook ‘likes’ for items in its real-world stores
We’ve seen those involved in retail adjust impressively to the increasingly online world we live in. C&A provided a good example of how the real world and the online can converge to create a modern shopping experience. By displaying Facebook ‘likes’ on small screens embedded in articles’ hangers, the retailers showed the increasing tally of ‘likes’ different items of clothing were receiving from web users. The hope was that approval from the online community would encourage shoppers to purchase an item of clothing.

Read more about C&A »

7. Machine accepts cards for tips
Increasingly, cash is being passed up in favor of card payments. This makes for a lighter purse, but can also mean that cash rituals such as tipping can be left by the way side. DipJar aims to remedy this by offering an easy way for cardholders to tip, in the form of a machine placed near the till that customers need only place their card into quickly for a USD 1 tip to be taken. If they wish to give more they can just place the card the desired amount of times. A simple innovation for the retail industry that encourages generosity in a world where plastic is paramount.

8. Calming UK store campaign includes quiet shopping areas and debranded products
Facing the shops can be a fraught experience, particularly at busy times such as seasonal sales or the lead-up to Christmas. Nowhere are the staff more aware of the stress involved in shopping than at Selfridges, a huge UK department store, and they decided to lessen the burden for customers by introducing the No Noise campaign. Specifically, when customers entered designated silent areas they had to remove their shoes and hand over their phones. All products in these zones were de-branded. Concern for customers will rarely go unappreciated, and Selfridges may well have earned themselves a few life-long customers with this campaign.

9. In New York, bedroom furniture store lets customers nap for free
Making customers feel comfortable can only increase the likelihood that they will make both a purchase and a return visit. COCO-MAT took this truism quite literally, and offered a try-before-you-buy approach for their beds. Visitors to the store were allowed to nap in the beds for a couple of hours and received a free glass of orange juice, but were not obliged to buy after trying. The idea behind the campaign was to spread word of the bed store and consequently increase footfall.

10. At Brazilian retailer, RFID tracks merchandise from manufacturer to customer
Shop assistants must dread the words “Have you got any more of…?” seeing as it often prompts a trawl through the back room to see if an item is available in a particular size. But Brazilian Memove’s RFID stock tracking technology could consign such headaches to the past thanks to tags stitched into the clothing that monitor all items from manufacturing to the moment the customer walks out of the shop with the purchased product. Keeping track of the stock supply chain can be made much simpler through the use of technology, and Memove provides a fine example.
Source: Forbes (http://goo.gl/zzHBGN)

Les nouvelles technologies, les marques et la grande distribition

Une thèse en ligne sous format SlideShare.
Il est possible de télécharger le travail en s'abonnant et c'est gratuit :-)

http://goo.gl/1QWxbt

Circuit de distribution, grande distribution et consommateur : habitudes, profils et évolution

Un petit article aujourd’hui pour aider tous ceux qui désirent mieux comprendre les enjeux autour de la distribution, avec une emphase sur la grande distribution, mais également les autres circuits qui diversifient chaque année l’offre offerte à nous, consommateurs. D’ailleurs qui sommes-nous ? Et si nous-sommes, combien ? Mieux comprendre le consommateur devient un élément-clé d’un secteur qui chaque année devient de plus en plus concurrentiel. Pas d’analyse profonde de notre part, juste un partage de connaissances autour de deux documents-clés mis à disposition par le CREDOC, et qui permettent de mettre une réflexion sur les rails. Ces deux études soulignent les comportements des consommateurs vis-à-vis des circuits de distribution entre 2005 et 2012,  nous permettant ainsi dans un second temps d’apprécier une certaine évolution entre ces sept années.

1.   L’environnement externe des circuits de distribution 

1.1.        Une baisse du pouvoir d’achat des ménages 

Un des facteurs externes influençant grandement le secteur de la distribution n’est rien d’autre que le pouvoir d’achat des français, indicateur économique majeur et qui correspond au revenu brut d’un ménage en prenant en compte l’inflation. La crise économique impacte durablement notre pouvoir d’achat avec un résultat négatif pour la troisième année consécutive. Le schéma ci-dessous tiré de l’étude du CREDOC souligne le caractère unique et à la fois désastreux de l’actuelle crise sur le pouvoir d’achat :
On observe donc une dégradation de la situation financière des français entre 2005 et 2012. Ce climat morose et cette baisse du pouvoir d’achat empêchent les ménages d’épargner et découragent grandement le recours à un crédit.Toutefois, le taux d’épargne des français n’a jamais été aussi haut, avec en 2010 un taux historique s’élevant à 16,2%. Ainsi, les français voyant leur pouvoir d’achat diminuer, mettent plus de côté pour ceux qui le peuvent et ne contractent pas de crédit. Un phénomène de diminution de la consommation des ménages se présente où les dépenses d’alimentation ne sont plus qu’unevariable d’ajustement d’un budget plus serré.

1.2.        Un climat très morose 

L’INSEE possède un indicateur sur la confiance des ménages, synthèse de l’opinion de ces derniers sur leur situation économique, de leur perception de leur niveau de vie, de leur taux d’épargne et de leur capacité à faire des achats importants. Atteignant son niveau le plus bas en 2008, l’indicateur démontre que les français s’attendent à une reprise économique difficile en 2014, avec la conscience d’un pouvoir d’achat diminué. Toutefois, la perception est celle d’une reprise et non d’une aggravation de la situation, soulignant à la fois un climat très morose mais aussi un espoir d’amélioration.
En clair, le climat morose qui règne au sein des ménages français refrène la consommation de ces derniers, tout en démontrant un certain espoir d’amélioration.

1.3.        Augmentation du prix de l’alimentation 

La hausse des prix dans le secteur alimentaire, due à une pression inflationniste plus forte, elle-même due majoritairement à l’augmentation du prix des matières premières, entraîne une diminution de la consommation généralisée. Une approche générationnelle démontre également que les jeunes générations consacrent très peu de budget à leur alimentation, au détriment de la diversité de ce qu’ils consomment, pour consacrer plus en communications, loisirs et surtout logement.
L’augmentation des prix de l’alimentation et l’allocation de plus en plus importante du budget vers d’autres dépenses jouent clairement en défaveur de la consommation, et donc des circuits de distribution. A nouveau, on retrouve ici l’idée de l’alimentation comme variable d’ajustement.

1.4.        Crise financière et recherche de sens à travers l’achat 

A chaque crise financière la société critique le système actuel de consommation, l’accusant de ne plus être au service du bonheur des ménages, aliéné à ces derniers avec une recherche toujours plus importante de profit. La crise de 2009, qui continue de s’aggraver actuellement, a modifié en profondeur le comportement du consommateur que nous sommes, avec l’idée de plus en plus ancrée que consommer moins mais mieux est la clé du bonheur.L’hyperconsommation n’est plus à la mode, le gaspillage alimentaire dénoncé, le développement durable toujours plus pris en compte. La consommation est en recherche de sens. Pourquoi je consomme ? Puis-je donner un sens à travers mon acte d’achat ? Celui-ci n’étant plus « aussi gratuit » qu’avant, mais porteur d’une mission sociale et véhicule les valeurs personnelles du consommateur.
D’où une consommation vers des produits alimentaires garantissant la responsabilité du consommateur ; responsabilité sociétale, responsabilité environnementale et responsabilité économique, les trois piliers fondateurs de la RSE, qui aujourd’hui n’est plus une mode mais un nouveau modèle qui façonne notre comportement de consommation. La RSE repose sur trois piliers qui s’entrecoupent pour atteindre la sacro-sainte durabilité. On retrouve dans le discours marketing et publicitaire de plus en plus les termes mis en exergue par le schéma ci-dessous :
Trois piliers de la RSE et leurs entrecoupements.
Un coup d’œil aux tendances du SIAL 2012 mise en évidence par XTC   souligne cette recherche de sens à travers la consommation où le triptyque Economie-Société-Environnement se cristallise fortement à travers l’innovation produit.
En direct des ports bretons
La consommation alimentaire est devenue outil de création de lien social où l’individu va rechercher un sens dans cet acte que la crise financière n’a plus rendu gratuit.

2.            Habitudes des consommateurs et circuits de distribution 

Cette première étude des facteurs externes posent notre cadre de réflexion sur l’évolution des circuits de distribution. Voilà ce qui influence notre consommateur. Quel impact sur celui-ci ? Quel profil-type de consommation va-t-on retrouver chez notre individu en 2012 ? Qu’est-ce qui a changé depuis 2005 ?

2.1.        Infidèle consommateur 

Beaudelaire infidélité
En premier lieu, ce qui fait le succès d’un circuit de distribution est sa fréquentation, c’est-à-dire le nombre de déplacements réalisés en un laps de temps défini par une même personne dans un but défini. Un premier indicateur qu’est le taux de fréquentation (équivalent au % d’individus ayant déclaré fréquenter le circuit, quelle que soit la fréquence) nous montre qu’hypermarché et supermarché sont toujours les circuits les plus visités :
Taux de fréquentation des circuits de distribution
Données 2005 : base de 945 adultes de plus de 18 ans et 520 adultes de plus de 18 ans pour taux de fréquentation d’internet.
Données 2012 : base 943 adultes de plus de 18 ans et estimation taux de fréquentation internet par le FEVAD (Fédération e-commerce et vente à distance ).
Les résultats soulignent que le taux de fréquentation de la majorité des circuits de distribution a augmenté, avec une petite diminution pour certains d’entre eux mais peu significative au regard de l’augmentation d’autres (dont notamment internet, les commerces spécialisés ou le hard-discount). Un deuxième graphique va nous permettre de comprendre un facette nouvelle du consommateur de la grande distribution.
multi-fréquentation des circuits de distribution
Le consommateur de la grande distribution diversifie son circuit de distribution, il fréquente plus d’enseignes différentes au lieu d’en privilégier certaines. Un phénomène de multi-fréquentation est présent. Le consommateur n’hésite plus à passer d’une enseigne à l’autre, à diversifier son parcours d’achat par le panel de plus en plus important d’enseignes spécialisées qui voient le jour. Laspécialisation des points de vente, c’est-à-dire le fait qu’un point de vente va devenir spécialiste dans la vente d’un ou de plusieurs produits alimentaires particuliers, est la cause de cette multi-fréquentation. Notre consommateur estzappeur, il n’hésite pas à fragmenter son panier de course au lieu de le massifier. Ainsi, l’habitude d’acheter un grand panier de biens de consommation en une seule visite mensuelle à l’hypermarché est révolue : le consommateur achète en plusieurs fois dans plusieurs enseignes.
Toutefois, même si plus de circuit sont fréquentés, est-ce que cela signifie qu’ils le sont autant ? Il faut comprendre la différence entre le nombre de circuits fréquentés et a fréquence de cette visite. Je peux visiter trois nouveaux de circuits de distribution, mais quel sera l’impact de cette diversification sur mes habitudes en termes de fréquence ? Irai-je toujours à mon hypermarché deux fois par semaine ?
Une fois de plus, le CREDOC nous livre des résultats parlants entre 2005 et 2012 :
quantitatif fréqeuntation
En clair, le constat est le suivant : le consommateur fréquente une plus grande diversité de circuits de distribution mais se rend moins souvent dans chaque en moyenne. Le consommateur est devenu zappeur dans son choix des circuits de distribution, n’hésitant pas à se rendre dans des endroits spécifiques pour acheter des biens spécifiques, faisant jouer la concurrence et la diversité de l’offre. La grande distribution doit donc réagir en conséquence et se poser la question fondamentale de la fidélité. Comment s’assurer que mon client achètera ses fruits et légumes chez moi plutôt que d’utiliser la Ruche qui dit oui? Des boîtes de conserves sur Internet avec Sardines Pirates  ? Ou même du fromage au lieu de se faire livrer une box par les Nouveaux Fromagers  ?
Egalement, la progression d’internet apparaît comme un signal faible qu’il est bon de commencer à enregistrer pour préparer l’avenir. Même si nous sommes encore loin d’un système de distribution totalement déconstruit  , il n’est plus hasardeux d’imaginer internet complètement intégrée dans la décision d’achat, où le circuit de distribution se verra prolongé sur le Web, avec la possibilité de répondre de façon flexible et efficiente au besoin du consommateur quand il veut, s’il veut. Le circuit sera alors accessible en permanence, il vous suffira de faire vos courses après votre travail, pendant votre trajet de retour chez vous, et d’aller chercher directement les provisions pré-emballées au magasin le plus proche… Difficile, mais pas utopique au regard de l’ultra-concurrence actuelle de la grande distribution qui ne demande que des nouveaux concepts pour mieux séduire et se diversifier.

2.2.        Choisir un circuit de distribution : la rationalité de notre consommateur 

Sur quoi se base le choix du circuit de distribution ? Pourquoi faire ses courses à un DailyMonop’ plutôt qu’un supermarché ? Multiples sont les raisons d’un choix de circuit de distribution. Découvrons-les ensemble :
Critère de choix grande distribution
Ces résultats démontrent la rationalité de notre consommateur. Pas étonnant en ces temps de crise, où le budget alimentaire diminue pour devenir une variable d’ajustement, et où vous et moi n’avons pas beaucoup de temps à consacrer à l’activité d’acheter. Toujours plus vite et toujours moins cher sont les deux demandes qu’imposent aujourd’hui le consommateur aux circuits de distribution, menaçant ainsi les hypermarchés et supermarchés au profit d’autres plus près, plus pratiques et pas forcément plus chers.
Trois critères indémodables et indétrônables : la proximité, le prix et la diversité de l’offre. Une observation intéressante démontre une nouvelle recherche de praticité plutôt que d’hédonisme.
Premièrement,  le consommateur veut aller plus vite et plus efficacement plutôt que d’apprécier des critères qualitatifs de bien-être. La praticité de l’achat avant le plaisir qu’il peut provoquer !  La grande distribution doit s’adapter à cette nouvelle demande : commodité d’accès avec le parking, rationalisation du magasin, délimitation des rayons, caisses automatiques… C’est l’argument développé par les circuits de proximité comme les commerces spécialisés qui grignotent les parts des hypers et les supermarchés.
Deuxièmement, la crise qui s’aggrave a rendu le consommateur encore plus regardant sur le prix impactant positivement les taux de fréquentation des hard-discount.
Enfin, ces deux critères expliquent la popularité d’Internet. Internet qui compare, internet qui livre chez soi et internet, savamment utilisé, qui concurrence désormais de plus en plus la grande distribution classique !

3.  Segmentation des consommateurs en profils-type 

Les résultats des habitudes de consommation ont permis de dégager cinq profils homogènes de consommateur au regard des circuits de distribution.
Mapping profils des consommateurs des circuits de distribution

3.1.   Les massificateurs 

Sous-groupe le plus important, mobilisant 30% de la population, lesmassificateurs sont particulièrement sélectifs dans le choix de leurs canaux de distribution, avec une préférence marquée pour les hypermarchés. A part ce circuit, ils sous-utilisent les autres avec une fréquentation très faible des commerces spécialisés, des marchés ou hard-discount. Les massificateurs sont néanmoins les plus fortement attirés par internet, et toute autre voie électronique pour faire ses courses (drive et commande sur internet). Enfin, internet est également un moyen efficace de comparer les prix.
Leur stratégie de magasinage réside dans la massification, c’est-à-dire le regroupement efficace et ordonné de tous les produits dans un nombre plus restreint de circuits de distribution. Ils recherchent efficacité à travers le critère de la praticité d’achat et de la diversification, que nous avons vu plus haut.L’esthétique ou l’innovation d’un produit ne les intéressent pas, ne faisant que très peu d’achats d’impulsion, et guidés par une vraie rationalité dans leurs achats. Faire les courses apparaît comme une corvée plutôt qu’une activité plaisante.
Qui sont-ils ? Les massificateurs montrent une surreprésentation de personnes habitant dans l’ouest de la France et le bassin parisien, avec une accessibilité aux hyper et supermarchés, jeunes (25-34 ans) avec un bon niveau d’études (bac +2) et des hauts revenus (3660 à 5490 euros/mois).

3.2.   Les conquis du Hard-discount 

Ils représentent 26% de la population et démontrent une sélection très forte de leurs circuits de distribution, orientés fortement vers les hard-discount. Les autres circuits de distribution ne sont que très peu, voire absolument pas fréquentés, à l’exception des supermarchés.
Qui sont-ils ? Une majorité de femmes, employées sans diplôme ou avec un diplôme faible (CEP ou brevet des collèges), appartenant ou non à des ménages à faible revenus (de 1220 à 1830 euros/mois). Les contraintes budgétairesexpliquent le choix du hard-discount, et la grande majorité déclare avoir du mal à boucler les fins de mois. On observe une absence dans ce groupe de personnes habitant dans des zones urbaines denses, les conquis du hard-discount habitent en majorité les campagnes.
Publicité le mutant
La stratégie d’achat dépend uniquement du prix. Ainsi, le choix du circuit de distribution se fera par la compétitivité du prix des produits offerts. Ils évitent donc les achats superflus, ne sont pas attirés par des facteurs esthétiques, innovants, ne portent pas d’attention aux marques et aux garanties d’hygiène et de sécurité. Le prix décide de leurs décisions, et tout comme les massificateurs, réaliser les courses n’est pas perçu comme une activité agréable.

3.3.        Les éclectiques des enseignes de proximit é

Ces 17% de fous-furieux des enseignes de proximité fréquentent au minimum quatre circuits de distribution différents. Pour les observer dans leurs comportements naturels, munissez-vous d’une paire de jumelles et campez devant les commerces de proximité comme Carrefour City (51% déclarent y aller une fois par semaine contre 14% du reste de la population), Franprix (48% contre 13%) et les Picard (12% contre 4%).
Sur le plan CSP, ils sont urbains, habitant des villes, vivant en appartements, avec un diplôme élevé de type 3ème cycle, et dont le foyer génère un haut revenu (supérieur à 5490 euros/mois).
Leurs motivations d’achats englobent la technicité du produit, l’innovation qu’il représente, la facilité d’utilisation et la marque. La consommation est pour eux une nécessité plus qu’un plaisir, et ils considèrent l’acte d’achat comme unexercice hautement technique. Peu de considération pour le prix, ils recherchent des produits de qualité, avec un attrait pour ceux présentant une garantie écologique. Toutefois, le Made in France ou les « produits citoyens » ne les attirent pas particulièrement.
Avant tout, la proximité décide du choix du circuit avec le caractère agréable d’une enseigne au contraire des deux premiers groupes.

3.4.     Les éclectiques des circuits indépendants de proximit é

Avec une représentation à la hauteur de 15% de la population, ces éclectiques fréquentent également de nombreux circuits de distribution avec une attirance pour les supérettes, les marchés, les commerces alimentaires spécialisées (boucherie, boulangerie…) et les épiceries de quartier en évitant soigneusement le hard-discount, le super et hypermarché.
Leur attention se porte avant tout sur la qualité du produit. Ils possèdent une vision hédoniste de la consommation, sensible aux labels de qualité et à l’esthétique du produit. Le prix n’est un critère primordial. Ils choisissent le circuit le plus proche, leur permettant de faire des courses rapidement et qui leurs sont agréables.
Les éclectiques des circuits indépendants de proximité sont peu différenciés.Plutôt des hommes, avec une sous-représentation de la zone Ouest et Nord de la France (donc plutôt l’Est et le Sud de la France), ils n’habitent pas dans les petites agglomérations (moins de 20 000 habitants) et on n’y retrouve moins d’employés que la moyenne. Vous l’aurez compris, ce sous-groupe est difficile à caractériser, rien ne ressort à part des non-appartenances !
Nous sommes légion. Nous sommes les éclectiques des circuits indépendants de proximité

3.5.        Les papillonneurs 

12% de la population papillonne et fréquente de façon hebdomadaire le plus de circuits de distribution alimentaire, allant des commerces spécialisés au supermarché. Ils sur-utilisent également les hard-discount, les magasins de surgelés et les commerces de proximité. Ils sont partout. Sauf dans épiceries de quartier, qu’ils ne fréquentent guère, et Internet qu’ils n’utilisent pas pour faire les courses.
Tous les mêmes - Papillonneurs
Comment leur faire acheter un produit ? D’une façon très simple, toutedistinction de qualité les incite à acheter (labels, made in France, garantie écologique…) et ils se moquent du prix. L’achat de produits est pour eux unvéritable plaisir, d’où l’importance pour eux du critère agréable d’un magasin, mais aussi de la praticité d’achat avec la présence d’un parking. Ils recherchent les magasins agréables, esthétiques, originaux et  avec le moins de monde dedans si possible.
Qui sont ces frivoles de la consommation ? Les personnes inactives vivant en couple et les seniors (55-64 ans) qui ont du temps libre pour s’adonner aupapillonnage d’un commerce à un autre. Egalement les cadres qui ont un pouvoir d’achat suffisant pour exiger de la qualité avant tout. Les foyers à bas revenus sont par contre sous-représentés.

3.6.        Récapitulons 

Pour vous faciliter la compréhension, voilà un petit tableau récapitulatif (merci encore au CREDOC, vous faîtes un très beau travail) illustrant la régularité de fréquentation des circuits de distribution alimentaire selon le segment d’appartenance.
Tableau récapitulatif profil des consommateurs- circuit de distribution fréquenté

4.         Que peut-on en conclure ?

Nos attitudes de consommation sont influencées par deux facteurs, les facteurs sociodémographiques et la dynamique socioéconomique dans lequel nous évoluons.
Le prix apparaît comme un critère devenu prépondérant, de par l’aggravation de la crise prolongeant une situation d’incertitude économique où le consommateur épargne s’il le peut plutôt que de dépenser, avec un basculement de l’alimentaire comme variable d’ajustement du budget des ménages, mais aussi par un phénomène générationnel. La dépense alimentaire diminue chez les jeunes, sacrifiant la diversité de leurs choix alimentaires, notamment pour des dépenses orientées loisirs mais également pré-engagées, comme le logement.
La multi-fréquentation des circuits de distribution souligne l’état de fait que le consommateur n’est plus passif, mais actif, voire proactif. Il est acteur de sa consommation. Il se renseigne, compare les prix, écoute les rumeurs et les proches, et utilise désormais internet pour l’alimentaire. Cela conduit à le rendre plus exigeant, car plus informé, et il peut facilement zapper d’un circuit à un autre au cas où sa satisfaction ne serait pas totale.
En plus du prix, le consommateur est désormais attentif aux offres porteuses de sens. La recherche de sens à travers le comportement d’achat peut surpasser le critère prix. D’où l’attention portée à des offres de proximité, plus personnelles et plus spécialisées, avec une garantie environnementale et sociale. Il y a aujourd’hui un changement dans le comportement d’achat du consommateur dû fait de telles nouvelles attentes. D’où la multiplication des concepts répondant à ces demandes, avec une diversification très importante des circuits de distribution alimentaire, qui érodent petit à petit la position dominante de la grande distribution. Circuit-court, box à la maison, magasin de coopératives, magasin bio, concept-store… Les concepts se multiplient et grignotent la grande distribution, ne remettant pas encore en cause leur prédominance.
Le changement est lent mais régulier, porté par un changement générationnel et d’attitudes.
Le défi pour la grande distribution ? Répondre parallèlement à deux mouvances :
  • La mouvance traditionnelle, commune à tous les consommateurs recherchant des prix plus faible en cette période de crise, une proximité et une praticité d’achat et un respect minimum de l’environnement.
  • La mouvance nouvelle, qui recherche plus loin que la mouvance traditionnelle sur un certain nombre de critères (plus d’engagement social, plus de respect de l’environnement, plus de qualité, plus de meilleurs prix), et auquel répond brillamment les concurrents de la grande distribution.